Da oggi sarà attiva anche una nuova categoria, la sezione LIBRI e partiamo con la monografia dedicata a VNGRD.

Ci teniamo a scrivere due righe sull’uscita di un libro che racconta la storia di VNGR, più che altro, perchè i più giovani le immagini che vedranno in questo articolo le ricondurranno al noto Brand Octopus, ma in realtà tutto nasce anni ed anni fa e si evolve poi nel brand che tutti noi conosciamo e che ormai vendiamo dal giorno 0.

Abbiamo trovato un bell’articolo che spiega bene tutte la storia dietro al brand. (GQ. fonte)

Partiamo dalla fine. Dall’ultima pagina del libro appena uscito per Rizzoli che racconta la storia e il terreno di coltura in cui è nata e si è sviluppata una delle grafiche più significative di un decennio milanese e più rappresentative della cultura street della città negli ultimi 15 anni: l’Octopus di VNGRD.

 

L’ultima pagina, completamente bianca, riporta solo una frase Whatever you do, we did it first e poi la attribuisce a un ipotetico versetto della bibbia, Matteo 15:12-14. La citazione è apocrifa (ho controllato ndr), ma in un vangelo alternativo racchiude esattamente lo spirito e l’approccio di questo gruppo di ventenni che negli anni zero hanno deciso di fare le cose a modo loro.
Un approccio, è questo il termine che ritorna nelle parole dei protagonisti Giorgio Di Salvo e Paolo Budua, i fondatori di VNGRD, e non un’estetica. Un modo di pensare e di fare le cose, di mettere sul piatto un’alternativa che stava già proliferando, ma che non riusciva a mescolarsi con la moda e a sfondare il muro di gomma che la moda ha per lungo tempo costruito attorno a sé per non sporcarsi.

«Alle feste della moda non ci lasciavano entrare perché avevamo le scarpe da ginnastica», dicono, incorniciando un periodo storico ed estetico che oggi sembra appartenere a un’altra era geologica.
Le altre parole che ritornano spesso sono naïf  e radicale, e in entrambe si legge un certo orgoglio. Naïveté intesa come mancanza di consapevolezza tecnica, che ha permesso alle idee di non morire nella culla, di sopravvivere e crescere perché figlie di una visione e di uno slancio che non facevano i conti con le difficoltà produttive che avrebbero incontrato. Radicale è invece l’aver fatto sempre le cose come venivano concepite, e l’abbandonarle poi quando diventavano mainstream, o venivano percepite come tali dai loro creatori. «Quando diciamo che una grafica aveva avuto successo intendiamo che aveva venduto forse qualche centinaio di pezzi, non siamo mai arrivati a mille», dicono. E poi «con questo progetto non ci abbiamo mai fatto un soldo», aggiungono.

Però individuare il famigerato spirito del tempo e modellarlo dentro e attorno alla città ha prodotto altro: collaborazioni, incontri, connessioni con Stüssy, SUPER, FUCT  per dirne alcuni. E poi i rapporti amicali, creativi e lavorativi con Marcelo Burlon e Virgil Abloh e tutto ciò che lo streetwear è diventato poi e ancora oggi è. Nelle 336 pagine del libro si trova una catalogazione della produzione creativa, ma anche, soprattutto foto, documenti, testimonianze dei protagonisti e dei partecipanti a quel grande party che aveva deciso di esistere e di dettare nuove regole. E che restituiscono uno spirito, storicizzandolo senza spocchia e con una sacrosanta dose di cazzeggio, per evitare che come invece è successo con tante altre scene cosiddette undeground, andasse perduto in qualche soffitta o in qualche hard-disk.

È anche un modo per capire da dove viene quello stile che oggi è ovunque, per strada e nella moda, addosso a chi nel 2005 è nato e, spesso inconsapevolmente, anche addosso a noi.